Qualche mese fa mi è capitato di lasciare nella macchina uno zaino con un costume, un accappatoio e poche altre cose dentro. La sera mi sono accorta della dimenticanza, sono scesa per recuperarlo e lo ho visto sulle spalle di un uomo che attraversava la strada. Interrogato, l’uomo mi ha detto «io non ruba, trova insieme a roba di bagno in cassonetto», era straniero. In effetti poi mi ha accompagnato e il resto delle mie cose era ancora lì: qualcuno aveva rotto il finestrino per prelevarle, sperando in qualcosa di meglio. Ho recuperato dall’immondizia quello che altrimenti avrei dovuto ricomprare e lo zaino è finito in dono, ma l’esperienza di annaspare in un cassonetto, al buio, con un complice mi è parsa paradossale. Perché io di solito non lo faccio ma negli Stati Uniti ed in Inghilterra c’è chi rovista tra i rifiuti abitualmente. In nome di un ideale.

Un tuffo nel bidone
Lo chiamano dumpster diving, letteralmente “tuffarsi nel bidone”, ed è una pratica diffusa tra coloro che si definiscono freegan. La parola deriva dall’unione di free, (libero, gratuito) e vegan. I veganiani sono vegetariani fondamentalisti, non mangiano carne ed evitano tutti i prodotti che derivano dagli animali o sono testati su di essi. I “freeganiani” scelgono un luogo, una data e si danno appuntamento ai cassonetti per recuperarne cibi in scadenza, andati invenduti, o scartati perché appena rovinati. Quando il carrello è pieno tornano a casa e organizzano la cena che spesso viene condivisa tra i dumpsters. Il movimento è nato negli Stati Uniti due anni fa ma è ormai diffuso ovunque, prevalentemente nei paesi anglosassoni.
Adam Weissman, 28 anni, vive a New York e ne è il portavoce. Fa la spesa così da 10 anni e sostiene di non avere mai avuto problemi di salute.
A ben guardare, infatti, gli alimenti che finiscono nelle pattumiere di ristoranti, supermercati, panifici o alberghi non sono da buttare, spesso la data di scadenza che riportano non è neppure passata e sono ancora buoni. Il cibo viene invece buttato via e i numeri dello spreco sono sorprendenti: qui in Italia uno studio dell’Università di Bologna rivela che un ipermercato, in media, ogni anno getta nella pattumiera 140 tonnellate di alimenti, e 500.000 panini al giorno finiscono nell’immondizia di ogni città settentrionale. Negli Stati Uniti va ancora peggio. L’Università dell’Arizona riporta che il 40% della totalità del cibo prodotto non raggiunge mai la tavola. La giornalista Liz Scarff, dell’Independent, ha raggiunto a febbraio Ross e Ash, due freegan londinesi, per rendersi conto di persona dello spreco. Grazie ad Iceland e Tesco, due grandi supermercati nel sud della città, o per meglio dire, grazie ai loro cassonetti, il bottino è stato ricco: chilli con carne, pollo, gelato, uova, cereali e marmellata. Abbastanza per una settimana. Appresi i trucchi del mestiere, Liz ha vissuto tre giorni da freegan a Brighton, la sua città ma, troppo timida per sperimentare da sola, ha coinvolto il suo amico Dave. Superato l’imbarazzo e violato il cassonetto, il primo giorno Liz e Dave si sono ritrovati a mangiare dell’ottima zuppa e un dessert di mele cotte con cannella, mandorle e uvetta. Ed anche nei giorni successivi, un altro paio di “immersioni” hanno procurato loro il cibo sufficiente per la colazione, il pranzo e la cena. L’unica differenza con il cibo comprato è il non poter scegliere il menù in anticipo. Questa esperienza è stata lo spunto per un articolo che Liz ha concluso sostenendo di essere tentata di continuare con il suo nuovo freegan lifestyle: «non sapevo che i supermercati gettassero tanto cibo. Cibo che non ha nulla di sbagliato. Ho sempre cercato di riciclare ma ora lo faccio con maggiore attenzione e per le cose meno ovvie. Non ho più infilato la testa in un cassonetto da quando ho scritto sui freegan ma continuo quotidianamente a rispettarne l’ethos.»

Non solo cibo
«Dopo anni vissuti nel tentativo di boicottare prodotti di egregie aziende responsabili di violazione dei diritti umani, distruzione dell’ambiente e abuso sugli animali – recita il manifesto freeganista, pubblicato su http://www.freegan.info – in molti ci siamo accorti che, a prescindere da cosa comprassimo, finivamo comunque per alimentare qualcosa di deplorevole. Ci siamo resi conto che il problema non riguardava poche, cattive aziende ma l’intero sistema». Le radici ideologiche del freeganism affondano nel terreno del socialismo libertario: Il rifiuto di un sistema economico «in cui il profitto eclissa qualsiasi considerazione etica», in cui «la produzione massificata e complessa genera effetti nocivi su uomini, ambiente e animali». Effetti che il consumatore finale neppure conosce. «Come gruppo, – dichiara Madeline Nelson, di freegan.info – condividiamo una organizzazione non gerarchica con un approccio diretto al cambiamento sociale» verso un’alternativa fondata su generosità, condivisione e cooperazione. Un vero e proprio modus vivendi che coinvolge tutti gli aspetti attraverso i quali si possono ridurre impatto ambientale e consumo delle risorse. E sebbene sia balzato agli onori della cronaca soprattutto il dumpster diving, si può essere freegan anche in altri modi.
Da consumatori consapevoli, questi paladini del recupero riciclano tutto il possibile e fanno il composto dei rifiuti organici; non comprano ma scambiano o regalano; invece di prendere la macchina, pedalano o vanno a piedi e, se questo non è possibile, fanno l’autostop suddividendo per ridurre consumo ed impatto individuale. Credono che la casa sia “un diritto e non un privilegio” e per questo occupano edifici abbandonati per ristrutturarli. Magari poi li convertono in centri per la comunità dove svolgono attività di volontariato, per bambini, o di educazione ambientale. E Assicurarsi gratuitamente gran parte dei bisogni primari, consente loro di lavorare meno, prendere le distanze dal lavoro salariato e dedicare più tempo alla propria famiglia, alla comunità e alla diffusione dei propri credo.
«La gente ci chiede spesso: “pensate davvero di poter cambiare il mondo recuperando prodotti tra i rifiuti?” Praticamente senza eccezioni, i freegan rispondono che il freeganism è soltanto uno degli aspetti della nascita di una nuova cultura di resistenza e liberazione. Stiamo creando l’avvio per una reale alternativa ad una società patologicamente impegnata nella crescita infinita e nella competizione a spese dell’ambiente e del benessere umano e animale».

Filo conduttore
Il freeganism è uno dei tanti movimenti nati spontaneamente nei paesi anglosassoni che hanno come denominatore comune l’organizzazione non gerarchica che scoraggia i rapporti di potere tra i propri membri. Con alcuni di questi condivide l’ethos, con altri il campo di applicazione, tutti si impegnano nell’azione diretta per la salvaguardia dell’ambiente, i diritti degli uomini o quelli degli animali. Ci si riferisce a molti di questi come DiY (Do It Yourself) movements e sono tutti ascrivibili all’interno della grande categoria del movimento globale contro il capitalismo.
Eccone alcuni.
Food Not Bombs
E’ nato a Cambridge, Massachusets, nel 1980 ad opera di un gruppo di attivisti contro il nucleare. E’ un’associazione di volontari che si impegna per il cambiamento sociale nella direzione della non violenza. Non ha leader formali ed i singoli gruppi si organizzano per recuperare cibo e preparare pasti vegetariani gratuiti che sono serviti settimanalmente in aree pubbliche o durante manifestazioni di protesta, indistintamente a tutti. I volontari di Food Not Bombs sono stati tra i primi ad assicurare aiuto alle popolazione colpite dallo tsunami in Asia e dall’uragano Katrina negli Stati Uniti.
Earth first!
«Prima di tutto Earth First! non è una organizzazione ma un movimento», anch’esso nato nel 1980 negli Stati Uniti. Essere un Earth First!er significa credere nel biocentrismo e nella urgente necessità di passare all’azione. Gruppi locali intervengono consapevolmente in difesa del loro ambiente: azione diretta, conoscenza della legge, educazione ambientale, comunicazione e divulgazione sono i loro strumenti.
Guerrilla gardeners
Robert Reynolds nel 2004 ha gettato le basi a Londra per questo movimento che conta ormai più di mille volontari tra Stati Uniti, Australia e nord Europa. I “guerriglieri del giardinaggio” identificano nelle loro città le aree pubbliche che hanno bisogno di un “restauro” e nottetempo provvedono a metterlo in atto. Gli interventi sono completamente autosovvenzionati e contano sull’appoggio di vivai e privati cittadini.
Freecycle network
E’ una rete nata a Tucson nel 2003 con l’obiettivo di ridurre e riciclare i rifiuti nell’area cittadina oltre a proteggere il deserto ed il suo delicato ecosistema. Oggi fornisce supporto a tutti gli individui e le organizzazioni noprofit che possono pubblicare i loro annunci per il proprio territorio attraverso un forum elettronico. L’obiettivo della rete è lo scambio gratuito. Tutti gli oggetti scambiati devono essere legali, gratuiti e adatti a tutte le età.
“I rifiuti di qualcuno possono essere un tesoro per qualcun altro”.
Last Minute Market: in Italia il recupero è solidale.
Nato nel 1998 nelle aule della facoltà di agraria di Bologna Last Minute Market è un progetto che “trasforma lo spreco in risorsa”. Andrea Segré, preside della facoltà, ha messo in piedi un’organizzazione che ha sostenuto i rifiuti promuovendone il legittimo recupero. Solidale. Grazie a lui, e alle tesi di laurea di tre studenti, è oggi possibile distribuire agli indigenti l’invenduto alimentare tramite Carpe Cibum. L’associazione, creata dagli studenti stessi, ha consentito di colmare il gap tra aziende produttrici, associazioni benefiche e istituzioni. Il meccanismo è semplice e il vantaggio non riguarda soltanto i consumatori finali: «immaginavo, quando ho cominciato a concepire questa idea – dice Segré – che sottrarre dei rifiuti fosse una esternalità positiva, perché oltre al costo dello smaltimento si risparmia anche quello del loro trasporto» con indubbio beneficio per l’ambiente in maniera direttamente proporzionale al vantaggio per le aziende. Dal punto di vista legale, il rifiuto alimentare non è tale perché consumato entro i termini di legge. Donandolo, l’azienda recupera una parte dell’iva come farebbe se lo gettasse via. Sono gli stessi enti caritatevoli, poi, che ritirano direttamente gli alimenti là dove altrimenti sarebbero sprecati. E lo fanno nelle immediate vicinanze: per lo più a piedi o in bicicletta. La chiave del successo del progetto, quindi, è nella sua territorialità. Il vantaggio andrebbe esteso ai rifiuti non alimentari: «attualmente le aziende sono incentivate a gettare le merci perché così facendo recuperano l’iva al 20%. Allora abbiamo promosso un disegno di legge, legge antisprechi, che li equipara dal punto di vista fiscale a quelli di tipo alimentare» – dice Segré -. Sono allo studio Last Minute Book e Last Minute Pharmacy che consentirebbero il recupero e la ridistribuzione anche di libri e medicinali. In questo modo l’assistenza agli indigenti potrebbe riguardare non solo i bisogni primari ma anche gli altri, consentendo il completamento di un progetto a completa sostenibilità sociale». Anche i piccoli esercizi possono beneficiare della solidarietà: donando alle associazioni o agli enti caritatevoli risparmiano sulla tariffa di igiene ambientale (tassa sui rifiuti) che oggi si paga in relazione alle quantità di rifiuti prodotti. A Ferrara il risparmio così ottenuto ha consentito ad una pasticceria di creare i fondi per contribuire a finanziare un ospedale pediatrico in Tanzania. «Un progetto di sviluppo sostenibile locale, quindi, ha creato i fondi per andare a finanziare lo sviluppo di un’altra comunità locale in difficoltà, facendoci capire, tra l’altro, cos’è la cooperazione decentrata. Un circolo virtuoso che si può attivare e che dalla localizzazione di un’area passa a vantaggio di un’altra».

© Barbara Lomonaco, pubblicato su La Nuova Ecologia

1 Comment

  1. Ho letto con grande interesse quanto scritto su freeganism e rifiuti. È proprio vero che, anche oggi, se si considera quanto viene buttato via, non si dovrebbe parlare di “crisi”. Certi modi di vivere, che, alla mia età non potrei imitare, sono lodevolissimi e esemplari. Come ho potuto scrivere, sono stato malato di cancro. Forse lo sono ancora; chi lo sa! Leggendo mi sono chiesto: se queste persone che vivono “intelligentemente” di rifiuti dovessero ammalarsi, come verrebbero trattati in Ospedale? Se, dalla nostre parti, chi ha la mutua o é in regola coll’assicurazione malattia, deve chiedere “per favore”, come potrebbe essere in altre nazioni dove apparentemente la pianificazione ospedaliera é inesistente o lascia molto a desiderare? In ogni caso é molto significativo dover considerare che, qui da noi, gli ospedali esistono per chi ci lavora dentro. O no?!?

I commenti sono chiusi.