CaloreSulla rivista Internazionale del 18 luglio del 1997 c’è, o meglio c’era, un articolo dal titolo “Cinque anni dopo Rio il bilancio è amaro”, pubblicato da Le Monde. Nel lungo occhiello, trattato tra altri argomenti tristemente noti che affliggono il pianeta, si leggeva: “la proposta degli Stati Uniti di destinare un fondo di un miliardo di dollari ai paesi del Sud del mondo per ridurre le loro emissioni di gas serra, ha suscitato molte perplessità. Anche perché Bill Clinton, al vertice G8 di Denver, ha annunciato che il suo paese non ha intenzione di procedere a una riduzione delle proprie emissioni. Il problema dunque resta sempre lo stesso: finché i paesi industrializzati non cominceranno a dare il buon esempio…”. Il problema dunque resta sempre lo stesso: i paesi industrializzati non hanno dato il buon esempio e ben dieci anni più tardi siamo qui a borbottare di lampadine a basso consumo e energia eolica mentre comodamente adagiati sul sedile della nostra automobile ci rechiamo a fare acquisti nel regno dello spreco in una giornata di maggio calda quanto quel 18 luglio di dieci anni fa. Ma nel labirinto di rapporti allarmanti, teorie astratte e opinioni autorevoli che ci aggiornano quotidianamente su come risolvere, o come ignorare, il problema, c’è chi riesce a trovare una via.

Una questione morale
Ad una conferenza londinese nel 2005 il relatore sui cambiamenti climatici venne sorpreso dalla domanda: «quando avrà ottenuto la riduzione dell’80% (di gas serra n.d.r.) che auspica, che aspetto avrà questo paese?» Nell’impasse del momento la soluzione fu aggirare la risposta proponendola a Mayer Hillman, ambientalista autorevole, che dalle prime file della sala rispose lapidario: «un poverissimo paese del terzo mondo». Il relatore era George Monbiot autore del libro Calore!, pubblicato in Italia da Longanesi, concepito per individuare una soluzione al problema del riscaldamento climatico senza che si debba rinunciare ai privilegi dell’era moderna. Nel volume sono elaborati centinaia di dati e rapporti scientifici ampiamente condivisi per ciascuno dei settori nei quali è necessario intervenire; ci consegna una tesi e un programma di intervento per realizzarla: possiamo ridurre le emissioni di gas serra del 60% entro il 2030. Ma esiste un’idea che anima e percorre tutto il libro: salvare il pianeta è una questione morale. «Continuando ad immettere anidride carbonica nell’atmosfera provochiamo danni irreparabili: la distruzione degli ecosistemi e delle comunità umane, l’esodo dalle proprie case, la malattia e la morte» –dichiara Monbiot-. A risentire maggiormente di un innalzamento delle temperature saranno quei paesi che già sono soggetti a condizioni climatiche, e non solo, estreme. «Credo che la maggior parte degli uomini sulla terra abbiano capacità empatiche: capiscono la sofferenza altrui. Chiunque abbia una coscienza ne sarà turbato. E’ a questo che faccio appello» -continua Monbiot-. Eppure i governi e le aziende sembrano sensibili solo alle argomentazioni economiche. E’ il caso, solo per citarne uno, del rapporto dell’economista britannico Nicholas Stern: «Il rapporto Stern mostra che le perdite economiche attribuibili al fallimento delle politiche per impedire il riscaldamento del globo superano il risparmio ottenuto non intervenendo. Quindi è necessario intervenire. E se il risultato fosse stato diverso? Avremmo scoperto che economicamente ha un senso uccidere le persone». I paesi responsabili dell’immissione della maggiore quantità di gas serra nell’atmosfera non sono l’Etiopia e il Ghana: Negli Stati Uniti, tanto per rendere le proporzioni del problema, la California prevede di raggiungere nel futuro il livello delle attuali emissioni europee. Ma come intervenire?

Icecaps
Il programma di Monbiot parte da un sistema di razionamento del carbonio: si calcola la quantità annuale prevista nella prospettiva della riduzione del 60% entro il 2030, dividendo questa quantità per tutti gli abitanti della terra si ottiene la quota pro capite. Quella specifica di ogni paese è ottenuta moltiplicando quella individuale per il numero dei suoi abitanti. Circa il 40% è l’energia che consumiamo direttamente, ovvero quando paghiamo elettricità, biglietti aerei, dei treni, la benzina che mettiamo nelle nostre automobili. Il resto è consumato per nostro conto dai governi e dalle aziende. Il 40% diviso equamente è la nostra razione di carbonio, misurata in “icecaps” (calotte). Chi ne utilizza di più la comprerà da chi ne utilizza meno in aste governative: «questo sistema ha il potenziale di ridistribuire la ricchezza: i ricchi dovranno comprare le razioni dai poveri e se c’è molta competizione i prezzi saliranno. Il razionamento non rappresenta da solo una soluzione completa al problema, deve essere accompagnato da investimenti nei settori del trasporto pubblico, delle energie rinnovabili, dell’efficienza energetica e delle tecnologie a bassa emissione; ha comunque il pregio di orientare il consumo verso scelte ponderate, la gente comprerà lampadine a basso consumo ed energia dai fornitori di rinnovabili» -conclude l’autore-.

Un appello all’attivismo
Nella riedizione del primo libro di Monbiot, “Poisoned arrows”, si legge: «a quel tempo credevo che i libri potessero cambiare il mondo». Ma se Calore! finirà bruciato nel caldo dimenticatoio delle parole spese negli ultimi dieci anni, perché scriverlo? Ecco la risposta: «Commissionando indagini infinite sul problema e sui metodi con cui potrebbe essere affrontato, il governo (inglese n.d.r.) crea l’impressione di darsi da fare mentre evita al contempo che qualcosa avvenga fino alla pubblicazione dell’analisi successiva (necessaria per rispondere alle conclusioni di quella precedente). I governi continueranno a seguire questa strada dell’inazione, quali che siano gli impatti umani, fino a che rimarrà politicamente meno costosa della strada alternativa. Il compito degli attivisti che si oppongono ai cambiamenti climatici è rendere la strada dell’inazione il più dispendiosa possibile. Il che significa abbandonare l’abitudine mentale in cui quasi tutti noi siamo precipitati negli ultimi dieci anni o giù di lì: credere che qualcuno lo farà al posto nostro».
I libri non cambiano il mondo ma gli uomini possono farlo.

© Barbara Lomonaco

 

George Monbiot
Forse il più noto attivista politico e ambientale, oggi editorialista del quotidiano inglese The Guardian, dall’età di 24 anni George Monbiot mette a rischio la propria incolumità viaggiando per documentare le violazioni sistematiche ai danni dell’ambiente e delle popolazioni locali di Indonesia, Brasile e Africa orientale. Ha tenuto corsi di politica, filosofia e scienze ambientali in diverse università inglesi. Tra i molti riconoscimenti, nel 1995 ha ricevuto dalle mani di Nelson Mandela il premio Global 500 delle Nazioni Unite per il suo impegno a favore dell’ambiente.

© Barbara Lomonaco

Citazioni dal libro
«Perché preoccuparsi di usare una lampada ad alta efficienza energetica quando c’è quel tipo nel Lanarkshire che si vanta di aver coperto la casa con un milione e duecentomila lampadine di Natale?»

«Una settimana prima di concludere questo libro è nata mia
figlia (…) e mentre la mia mente andava dal cemento al
vomito e dalla velocità del vento ai gas intestinali e
viceversa, tutto ciò su cui avevo riflettuto è divenuto per
me, per la prima volta, qualcosa di reale.»

«Man mano che le persone nei paesi ricchi –anche le categorie dei professionisti- inizieranno a diventare consapevoli di ciò che dice la scienza, la negazione dei cambiamenti climatici apparirà stupida quanto la negazione dell’olocausto o l’insistere che il virus dell’AIDS possa essere curato con le barbabietole»

«Ho deciso di seguire la regola per cui non mi fido di nessuno che abbia qualcosa da vendere. Andando a rintracciare le fonti su cui si sono ispirate diverse persone per le loro dichiarazioni, ho sviluppato una sorta di gerarchia della credibilità»

«Ho tentato di dimostrare che la riduzione necessaria delle emissioni di carbonio è, per quanto difficile, tecnicamente ed economicamente possibile. Non ho dimostrato che lo è politicamente. E c’è un motivo per questo. Non tocca a me farla. Tocca a voi»

«Il ministero dei Trasporti (del Regno Unito n.d.r.) suggerisce che il settore aeronautico dovrebbe “pagare i costi esterni che le sue attività impongono sulla società nel suo complesso.” Si tratta di una proposta interessante, ma purtroppo il ministero non spiega come potrebbe essere realizzata. (…) Quando il Bangladesh sarà sommerso, il governo richiederà che venga affogato un numero proporzionale di dirigenti di linee aeree?»

«Oggi, così come nel futuro prevedibile, la materia prima più economica è l’olio di palma. Ciò significa che la produzione di biocombustibile è una formula per innescare non solo un disastro umanitario ma anche una catastrofe ambientale»

«Anche se l’anidride carbonica delle centrali elettriche a carbone fosse un giorno interrata, quella del carbone rimarrà probabilmente per ogni altro aspetto la più distruttiva delle industrie mondiali. Se non mi credete, provate a stare in piedi sul bordo di una miniera a cielo aperto e pronunciare le parole “carbone pulito”»