Sul lago Kivu al confine con il Congo - © Barbara Lomonaco
Sul lago Kivu al confine con il Congo – © Barbara Lomonaco

Kigali, Butare e la foresta di Nyungwe, e poi lentamente verso Cyangugu, sulle rive del lago Kivu, dove un ponte di legno e ferro segna il confine con il Congo.

Il Rwanda sorprende in mille modi, uno per ognuna delle sue colline. Stretto tra la Tanzania a est e l’enorme Congo a ovest, è un piccolo paese con poco più di 8milioni di abitanti. A noi, da questa parte del mondo, la parola Rwanda evoca ancora il ricordo del genocidio avvenuto nel ‘94.  Il fantasma di quella tragedia, che portò all’uccisione di 800mila persone in soli tre mesi, aleggia sospeso nell’aria ma visitare il paese vuol dire anche poter godere del piacere del viaggio senza l’inevitabile indotto di venditori ambulanti, commercianti del sesso e mediatori improvvisati che il turismo, in Africa più che altrove, si trascina tristemente dietro.

Durante i faticosi spostamenti, stipati nei minibus, su e giù tra gli eucaliptus e le casuarine fuori, gli scenari cambiano e seguono il tempo, quello che scorre nei libri di Kapuscinski o in quelli di Terzani: al rallentatore. I canti collettivi si diffondono dalle piroghe sul lago, dalle ripide strade sterrate, colonne sonore del tempo trascorso pazientemente solo per mettere insieme un pasto, trasportare l’acqua o raggiungere la scuola. Scene di una vita dura vissuta con serenità e coraggio, quello della gente comune che “più a nord” non suscita clamori.

Il viaggio in Rwanda è un viaggio solidale: mentre il terreno scorre sotto le suole i soldi spesi finiscono nelle tasche delle famiglie. I servizi turistici sono pochi. Oltre la soglia degli sparuti e costosissimi alberghi a molte stelle, il paese scompare e resta l’alternativa delle piccole guest house gestite dagli stessi ruandesi. In molti sono rientrati dall’esilio forzato nei paesi limitrofi solo da qualche anno. Per ricominciare: prima del genocidio il turismo era una voce importante dell’economia, ancora di più lo è ora. Eppure, la maggior parte dei visitatori stranieri resta solo lo stretto necessario per la visita al tesoro che il paese gelosamente custodisce: i gorilla di montagna, alcuni tra i pochi esemplari che ancora esistono sul pianeta.

Il Parc National des Volcans, in effetti, merita la sua fama. E’ parte di un’area montuosa tra Rwanda, Uganda e Congo, le Birungas; nove vulcani di cui tre attivi, Albert National Park già dal lontano 1925. Fitta trama umida di foresta pluviale montana, il parco “regna” oltre i 2400 metri. Al confine col cielo il vulcano Karisimbi impone la sua maestosa presenza dall’alto dei suoi 4507 metri, un panorama di una bellezza primordiale nel quale 140, 150 gorilla circolano liberamente. Trovarsi davanti ad una famiglia allargata di questi “antichi uomini” in paciosa siesta pomeridiana è un privilegio prezioso. Il silverback, il maschio dominante, si trascina in attività pigre e casuali, sonnecchia mentre i piccoli giocano sotto lo sguardo “distrattamente attento” e i richiami puntuali delle madri. Un incanto a pochi passi dal visitatore. L’armonia intatta di questo scenario giurassico, però, è disturbata da una nota stonata: uno di quei lodge da centinaia di dollari a notte che feriscono il continente sparati col silenziatore: costruito fuori dal parco, occupa una delle più belle alture dell’area e inevitabilmente attira quel tipo di turismo che, per quanto aiuti l’economia del paese, aiuta assai di più quella degli imprenditori europei che lo gestiscono. Un tipo di turismo che “scorre il mondo” attraverso i suoi servizi, invadendolo inesorabilmente con i suoi privilegi. E che in tal modo non può cogliere l’affascinante peculiarità del Rwanda che non è solo animali e natura e non è un “parco giochi”. La profondità dei suoi contrasti è quella dell’Africa, che attrae e respinge trascinando giù nel cavo dell’onda e poi di nuovo su, sulla cresta; concedendo, seppure per un attimo, di guardare dall’alto tutto il suo “mare”.

Gikongoro

Quello di Gikongoro è l’emblema più duro del genocidio ruandese e uno dei tanti memoriali diffusi nel paese. Tragico teatro di un’imboscata in cui morirono ventisettemila persone, è un luogo di una tristezza sommessa, che  “galleggia” in un tempo che non scorre: i corpi dei caduti, riesumati e trattati con il lime, giacciono allineati su tavoli di legno nelle aule di una scuola; in altre ci sono le ossa. E gli abiti pendono appesi ad una corda nello spazio e nel silenzio. Testimoni, forse, della voglia di rimproverare al resto del mondo il mancato intervento contro quell’inspiegabile ondata di violenza. Ma che cosa successe nel ’94? Il genocidio ruandese è il risultato del progetto di sterminio di un sistema dittatoriale: gli hutu contro la minoranza etnica dei tutsi e gli stessi hutu contrari al regime.
Dopo la prima guerra mondiale i belgi assunsero il controllo coloniale del paese sostenendo i privilegi della élite tutsi. Quando le istanze di indipendenza si fecero pressanti cominciarono ad appoggiare gli hutu. Nel ’73, dopo l’indipendenza, il generale Habyrimana prese il potere con un colpo di stato. La sua dittatura durò 21 anni. Il 6 aprile del ’94 il suo aereo venne abbattuto mentre rientrava da una conferenza a Dar Es Salaam. L’attentato segnò l’inizio del massacro. Quando raggiunse l’apice le Nazioni Unite ritirarono i caschi blu. Nello stesso periodo, il Sudafrica festeggiava Nelson Mandela e la fine dell’apartheid.

© Barbara Lomonaco