Nicola, Atahualpa, Burbank, Lapin Puikula, Yukon Gold, Russet. Non sono i protagonisti di un incontro multietnico ma i nomi di alcune varietà di patata. Il tubero del momento. A qualcuno può essere sfuggito ma è proprio così: siamo nell’anno della patata. Le Nazioni Unite hanno intitolato il 2008 alla sottostimata pianta elevandola a personaggio dell’anno, con tanto di proclamazione e sito multilingue.

Ma perché proprio la patata?

In primo luogo, come spiega il sito ufficiale dell’International year of the potato 2008 (www.potato2008.org), perché sazia. Coltivando Solanum tuberosum si produce più cibo, più velocemente e su meno terra che con ogni altra coltivazione. Inoltre la pianta di patata è resistente, nutriente e commestibile per l’85% della sua massa contro il 50% dei cereali.

 Patate per tutti

Secondo i dati raccolti e pubblicati dalla Fao, nel 2006 i contadini del mondo hanno prodotto circa 314milioni di tonnellate di patate, quasi la metà delle quali (126milioni) in Europa. La classifica per nazione vede in testa la Cina, seguita dalla Russia, e riserva il terzo posto all’India. Ma gli europei ne sono i maggiori consumatori, con 96kg a testa l’anno. Nei paesi in via di sviluppo invece il consumo pro capite è ancora molto basso: in Africa, dove arrivò all’inizio dell’Ottocento accolta dall’Egitto, se ne mangiano solo 14kg l’anno. Un dato considerato negativo dalle Nazioni Unite che vedono nella diffusione del tubero, resistente, versatile, adatto ad affrontare l’ostilità climatica e la povertà di risorse del continente, un contributo concreto al raggiungimento degli obiettivi del millennio: sconfiggere la fame e la povertà, ridurre la mortalità infantile, migliorare la salute delle donne.

 Veleni in campo

Ma proprio nei paesi meno sviluppati l’aumento della produzione ha visto anche l’incremento dell’uso dei pesticidi. Gli agenti chimici, spesso utilizzati senza le necessarie precauzioni, sono responsabili dell’avvelenamento del suolo, delle falde idriche e delle stesse piante. Eppure le soluzioni naturali non mancano. «Per proteggere il terreno, controllare le piante infestanti e ridurre le malattie della pianta – spiegano gli esperti  della Fao – la patata viene in genere coltivata in rotazioni di tre anni con mais, fagioli e erba medica, che contribuiscono a restituire al suolo l’azoto il modo naturale».  Sono invece evitate le piante sensibili agli stessi patogeni del tubero, come il pomodoro. Grazie a questi metodi naturali in Ecuador, nella provincia di Carchi, i contadini, dopo aver seguito un corso formativo, hanno potuto ridurre l’uso degli agenti chimici senza intaccare la produzione.

 Diversa è sana

Altra cura fondamentale per combattere le fitopatologie sta nella diversità. Un esempio storico è quello  della Phytophthora infestans (carbonchio tardivo), che tra il 1840 e il 1850 infestò le coltivazioni del tubero causando la morte per fame di oltre un milione di persone. Dopo un decennio di carestia il soccorso arrivò da una varietà peruviana resistente al Phytophthora infestans.

«Anche nel caso della patata – commenta Massimo Angelini, presidente del Consorzio della Quarantina associazione per la terra e la cultura rurale –  le varietà meno selezionate, come sono quelle tradizionali, hanno uno spettro genetico più ampio di quelle più selezionate e quindi maggiori possibilità di resistenza e adattabilità».

Oggi quattro nazioni concentrano il maggior numero di varietà degli alimenti che costituiscono per oltre il 50% l’alimentazione mondiale: il Messico per il mais, le Filippine per il riso e l’Etiopia per il frumento duro. Eppure il mais messicano è contaminato dal polline degli ogm, il frumento duro etiope viene sostituito da quello tenero “sponsorizzato” dagli incentivi dei paesi sviluppati, il riso germinato dai semi delle multinazionali “confina” quello arricchito dalla cultura agricola filippina. E la patata?

 Le chips del Cip

A causa delle grandi monocolture dell’agricoltura industrializzata, le antiche specie si sono drasticamente ridotte tanto che la salute del povero tubero è tutelata: con il contributo del Centro internazionale della patata (Cip) in Perù, il “tesoro” mondiale della patata che protegge circa 7.500 specie, 1.250 delle quali selvatiche. Il Cip ha dato vita anche al Potato park: 1.200 varietà andine sono al riparo dalle insidie dei cambiamenti climatici che potrebbero portare all’estinzione il 12% delle “native”. «I contadini che ancora coltivano con metodi tradizionali semi antichi sono la banca per il futuro dell’umanità. Il loro lavoro deve però essere riconosciuto, protetto e valorizzato» ha dichiarato José T. Esquinas-Alcazar, segretario della commissione sulle Risorse genetiche per l’alimentazione e l’agricoltura della Fao. La Commissione ha sostenuto il Patto internazionale sulle risorse fitogenetiche (www.planttreaty.org) per i diritti dell’agricoltore, che siano questi «provenienti dal contributo passato, presente e futuro alla conservazione, al miglioramento e alla disponibilità delle risorse fitogenetiche». Il lavoro del Cip quindi protegge non solo le patate andine minacciate dall’abbandono delle campagne da parte dei campesiños, ma anche le tradizioni e la storia del popolo sudamericano, legate alle sorti del prezioso tubero. Gli Incas, ad esempio, credevano che la luna, oltre a donare la fertilità alle donne, spingesse Pachamama, la madre Terra, a produrre il raccolto di patate.

 Tesori nascosti

La produzione di patate in Italia è abbondante: il primato nazionale spetta all’Emilia Romagna che nel 2006 ne ha prodotte 250mila tonnellate su 7000 ettari di coltivazioni. Alla regione si deve la creazione del Consorzio delle buone idee, che ha prodotto Selenella, la patata con il selenio, e la Borsa patate, l’osservatorio economico sul tubero. Italiano è anche il logo internazionale dell’Anno della Patata, del designer Giancarlo de Pol. Ma gli italiani sono bravi anche per quanto riguarda la conservazione di questo prezioso “regalo” del continente americano?

«Nel 1935, quando a Como si tenne il primo Congresso nazionale sulla patata, furono registrate oltre 70 varietà locali coltivate in Italia – riprende Massimo Angelini – e si trattava di un numero decisamente sottostimato, considerando che in quell’occasione furono registrate solo due delle sei varietà allora usate nel Genovesato. Quelle varietà oggi non sono più visibili sul mercato e, in buona parte, sono uscite dall’orizzonte dei contadini, ma non sono affatto certo che siano scomparse». Per questo a partire dagli anni Ottanta Angelini ha iniziato una vera e propria “caccia alla patata” sui monti della Liguria. Oggi il Consorzio della Quarantina, dopo venti anni di ricerca e dieci di attività in campo, ha recuperato, tutela e promuove le sei varietà tradizionali di patata selezionate o introdotte sull’appennino ligure tra la metà dell’Ottocento e il 1930. «Credo che quando si parla di varietà rurali – conclude Massimo Angelini –  la biodiversità, prima di scomparire, divenga “invisibile”: se cercassimo con pazienza e tra la gente, paese per paese e casa per casa, di quelle 70 varietà ho il sospetto che ne ritroveremmo ancora la maggior parte».

Dal tubero dell’anno, insomma, un invito a cercare le soluzioni ai grandi problemi del mondo a partire dal basso.

 Un po’ di storia

Secondo gli archeologi le prime coltivazioni di patata, sugli altipiani andini, risalgono a circa 7.000 anni fa. Il tubero è stato portato in Spagna verso il 1570 e in Inghilterra trent’anni più tardi. In Italia il primo a parlare di patata, anzi di “batata”, è lo scrittore Antonio Pigafetta, che intorno al 1520 la menziona nel suo libro dedicato alle navigazioni di Magellano. Ma la prima vera patata arriva in Italia nel porto di Genova nel 1585, portata da una delegazione di Carmelitani scalzi proveniente dalla Spagna. Dalla Liguria si diffonde poi in Toscana, Piemonte e Veneto. Per quasi due secoli viene coltivata soprattutto a scopo ornamentale o come cibo per i maiali. Nel 1765 il veneziano Francesco Griselini pubblica il primo trattato sull’uso alimentare della patata, quasi un manifesto per la sua diffusione in Italia: Della  coltura, e degli usi, che fanno varie nazioni d’Europa delle patate o pomi di terra, e di quelli che ne potrebbero con molto loro utile gli italiani.

Un primo “anno della patata” è il 1817, quando una grave carestia colpì molte specie orticole in tutta Europa e in Italia, a partire dal Veneto, si vide nel tubero del Nuovo Mondo una soluzione per fronteggiare la crisi.

© Barbara Lomonaco