La Terra Degli Uomini Rossi - Birdwatchers
La Terra Degli Uomini Rossi – Birdwatchers

L’ultimo film di Marco Bechis racconta il disagio dei Guarani-Kaiowà del Brasile. “La terra degli uomini rossi – Birdwatchers” di Marco Bechis (2008) con Chiara Caselli, Claudio Santamaria, Matheus Nachtergaele, Leonardo Medeiros, Inéia Arce Gonçalves, Camila Caetano Ferreira, Temily Comar, Ambrósio Vilhava, Alicélia Batista Cabreira, Eliane Juca da Silva.

Per centinaia di anni i Guarani-Kaiowà, gli “uomini della foresta” hanno vissuto liberamente viaggiando tra pianure e alberi alla ricerca della “terra senza il male”. Dove, credevano, avrebbero trovato l’immortalità. Ma questo succedeva in un’altra epoca: oggi di quel popolo originario restano 37mila uomini costretti a vivere dell’assistenza del governo brasiliano nel disagio delle riserve, ai margini delle coltivazioni del Mato Grosso do Sul. Il regista italo-cileno Marco Bechis ci parla di questo nel suo ultimo film, “La Terra degli uomini rossi-Birdwatchers”.

Il tema della narrazione è la realtà attuale dei Guarani-Kaiowà. Nel film, guidati dal leader Nadio e da uno sciamano, si accampano ai confini della proprietà di un fazendeiro per reclamare il diritto alla terra. Quella appartenuta agli antenati e ora trasformata in piantagioni di canna da zucchero, dalla quale saranno cacciati in ogni modo. Legale e illegale. Gli “uomini bianchi”, gli attori professionisti Claudio Santamaria, Matheus Natchingale, Chiara Caselli e Leonardo Medeiros, restano in disparte rispetto agli “uomini rossi” che lo stesso regista ha preparato alla recitazione. Lo scorrere della storia, lento come le scene, prende tutto il tempo del film mentre un realismo a tratti indifferente percorre la pellicola. In questo gioco lo spettatore si sente a disagio come potrebbe per la realtà che non conosce: in Brasile nonostante l’Estatuto do Indio del 1973 preveda il riconoscimento e la demarcazione delle terre degli indios, l’opposizione dei fazendeiros impedisce che ciò avvenga.

Caccia, pesca e raccolta sono le attività di sussistenza dalle quali dipendono le tribù. Dalla terra dipende la loro sopravvivenza. «Vivere dell’assistenza paternalistica del governo è come avere una pistola puntata alla tempia che ti impedisce di tornare ad essere autosufficiente», si legge in una lettera aperta dei leader Guarani. L’occupazione è l’ultimo atto della mobilitazione dei Kaiowà. La loro lotta è il simbolo dello scontro perpetuo tra civiltà e natura, tra gli uomini che cercano di plasmarla e quelli che vivono adattandosi ad essa, tra sedentari e nomadi. Se in questo scontro sarà l’identità dei popoli indigeni a soccombere, quella degli indios, dei beduini o degli aborigeni, l’umanità intera avrà perso le sue origini. E con esse la capacità di vivere in armonia con l’ambiente.

© Barbara Lomonaco