Kiwi che arrivano dalla Nuova Zelanda, fragole che “parlano” spagnolo, aglio importato dalla Cina. Secondo la Coldiretti, un pasto medio percorre più di 1.900 km prima di giungere sulle nostre tavole. Eppure, accanto agli alimenti “nomadi” che viaggiano in camion, nave o aereo prima di raggiungerci, ne esistono di altrettanto buoni, vicini a casa nostra. Ma dove trovarli?

La parola chiave è farmers’ markets.

Nel 2008 è entrato in vigore un decreto legge che rende possibile avviare mercati gestiti dagli agricoltori in tutti i comuni, anche in zone centrali delle città. In questo modo, incentivando la cosiddetta “filiera corta”, si combatte la moltiplicazione dei prezzi tra il campo e la tavola. Gli agricoltori guadagnano di più, i consumatori spendono meno per prodotti locali più freschi. E i benefici non finiscono qui: tagliando i chilometri del trasporto si risparmiano gas serra all’ambiente. Alla Coldiretti si parla di vero e proprio boom. «Il numero di imprese che vendono con queste modalità è cresciuto in modo esponenziale –commenta Sergio Marini, presidente nazionale Coldiretti-. I farmers’ markets costituiscono oggi uno strumento per riarticolare la distribuzione del valore lungo la catena che porta il prodotto al consumatore, a vantaggio degli agricoltori». Più tiepidi gli entusiasmi degli operatori del settore:  «io temo -osserva Stefano Tiozzo della cooperativa agricola Ortosole, uno dei farmers’ markets della capitale- che questo tipo di vendita sia destinato a restare una nicchia a causa dello stile di vita e delle abitudini più diffuse tra i consumatori». Come dire, nell’era del pasto fugace non c’è speranza che si ritorni a fare la spesa dal contadino.  «I consumatori -prosegue Marini-  aumentano perché le possibilità di risparmio giungono fino al 30% rispetto ai valori correnti, moltiplicando le aspettative di qualità e controllo della sicurezza. Noi pensiamo che la percentuale degli agricoltori impegnati nella vendita diretta possa raggiungere il 15% del numero degli operatori». Attualmente si contano una cinquantina di mercati tra fissi e periodici, distribuiti tra nord e sud. Taranto è arrivata per prima e ospita un amatissimo mercato a via Umberto I. L’esempio è stato imitato e funziona anche a Potenza e Bari. Torino vende le bontà della campagna piemontese la prima domenica del mese a Porta Palazzo e la terza a piazza Madama Cristina. E la risposta arriva anche dalle grandi città come Milano e Roma, dove ne sono sorti cinque in poco tempo. Contestualmente è nato http://www.mercatidelcontadino.it, punto di raccordo virtuale tra il campo e la tavola, dove si può trovare un elenco aggiornato dei mercati attivi per comune. «I farmers’ markets –conclude Marini- rappresentano un nuovo modo di fare la spesa che valorizza l’agricoltura di prossimità». La maggior parte dei prodotti oggetto di vendita diretta sono infatti a km zero, quelli cioè che garantiscono un minore impatto ambientale rispetto ai canali standard di distribuzione. I più acquistati sono la frutta e la verdura seguiti da vino, olio, formaggi, carni, salumi e miele. A questi si devono aggiungere i distributori di latte fresco alla spina (www.coldiretti.it/Distributori%20latte%20Coldiretti.pdf), nei quali un litro di latte biologico è venduto a un euro, un euro e venti. E se la campagna non va in città, la città va in campagna: accanto ai mercati del contadino si stanno rapidamente diffondendo altre forme di vendita diretta. Attualmente più di 57mila aziende agricole vendono al pubblico nelle loro sedi. Sul sito http://www.campagnamica.it si può trovare un motore di ricerca che consente di scegliere tra 10mila punti vendita, selezionabili per comune. L’Ismea (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare), nel frattempo, ci fa sapere che su un euro di spesa in alimenti degli italiani, il 60% va alla distribuzione, il 23% all’industria ed il 17% agli agricoltori. La speranza è che la vendita diretta rappresenti uno strumento per modificare queste percentuali. Dando “respiro” all’ambiente.
© Barbara Lomonaco