Fino a quando i paesi ricchi hanno avuto le risorse per continuare a comprare, i cittadini negli Stati Uniti, in Irlanda e altrove, si sono illusi di essere ambientalisti facendo la raccolta differenziata

«Mi permetto di suggerire che l’industria del riciclaggio non guarda ad un cassonetto pieno di giornali come a un sintomo di coscienza civica o ambientale. Piuttosto tende a considerarlo un’alternativa economica agli alberi per ricavarne prodotti di carta. Negli ultimi 20 anni il boom globale dell’industria del riciclaggio non è stato provocato da un’improvvisa epidemia di ambientalismo ma dall’aumento della domanda di beni di consumo, la cui produzione richiede materie prime». A dichiararlo è Adam Minter, giornalista americano esperto sul tema che vive e lavora a Shanghai.

La Cina è diventata il maggior importatore di rifiuti dai paesi ricchi perché la produzione di molti di quei beni avviene nel suo territorio, ricco di manodopera a basso costo e povero di materie prime. Ora che la parola recessione rimbalza velocemente dai mercati finanziari all’intera economia del mondo sviluppato, di riflesso, coinvolge anche l’industria del riciclaggio nei paesi in via di sviluppo. «Fino a un paio di settimane fa, l’intera costa occidentale degli Stati Uniti avrebbe spedito i suoi scarti di materiali cartacei alla Cina. Che avrebbe provveduto a riciclarli, trasformarli in packaging, per poi rispedirli da dove erano partiti», ha dichiarato Minter al Guardian. Ma il punto di forza della catena, i consumatori, hanno fatto crollare la domanda, e il “ciclo del riciclo” si è spezzato.

In città come Beijing, Pechino, venivano stoccate grandi quantità di materie riciclabili, locali e importate, perché fossero vendute. Ora il loro valore è crollato. Alla base della piramide, lì come altrove, ci sono migliaia di “waste pickers”, raccoglitori di rifiuti, che giorno dopo giorno cercano di guadagnarsi il diritto al lavoro. Pochi giorni fa Nohra Padilla, un’attivista “recicladora” colombiana, ha dichiarato durante una visita alla sua controparte indiana: «Abbiamo combattuto per 15 anni perché il governo riconoscesse la nostra professione». Perché il lavoro di “raccoglitore di rifiuti” fosse riconosciuto come una risorsa per la società e per l’ambiente. Oggi i recicladores di Bogotà sono 20mila. Sono più di 15mila a Montevideo, più di 30mila quelli del Cairo: mentre immense città concentrano la crescita demografica nei paesi in via di sviluppo, i poveri affollano le periferie.

Fino a quando i paesi ricchi hanno avuto le risorse per continuare a comprare, i cittadini negli Stati Uniti, in Irlanda e altrove, si sono illusi di essere ambientalisti facendo la raccolta differenziata. Ora cosa faranno dei loro rifiuti? «Ho notato che la maggior parte dei media si concentrano sul ruolo della Cina nel crollo dell’industria del riciclaggio». Ma la catena si è spezzata e la colpa della Cina è quella di aver guardato ai nostri scarti come a una risorsa, mettendo a rischio le fasce più vulnerabili dei suoi lavoratori.
© Barbara Lomonaco