Introdurre i cammelli nella dieta degli australiani per affrontare l’aumento sproporzionato degli esemplari presenti sul territorio. Ma secondo lo studio l’iniziativa del governo non basterà ad arginare il fenomeno
I cammelli sono troppi. In Egitto? In Giordania? In Siria? No. Il numero di esemplari aumenta del 10% all’anno in Australia ed è raddoppiato in soli otto anni. Una delle proposte del governo per risolvere o ridurre le dimensioni del problema è introdurli nel menù degli australiani.

Nell’immensa isola tra l’oceano Indiano e il Pacifico vivono circa un milione di questi animali allo stato selvatico. Il mammifero non è autoctono ma venne introdotto alla metà dell’Ottocento come animale da soma e per la sua utilità nell’esplorazione del territorio. Per la metà del secolo successivo la sua funzione era stata sostituita da veicoli a motore e treni. Le mandrie vennero quindi lasciate libere di vagabondare nelle zone desertiche e semidesertiche del paese e a quanto pare si ambientarono benissimo.

Attualmente l’Australia occidentale può vantare la popolazione più grande del pianeta e nel suo insieme ospita più di un milione di ruminanti, in grado di provocare ingenti danni all’ambiente. Per risolvere il problema, il governo sta tentando varie strade tra le quali promuoverli come ingredienti, insieme ai canguri, della dieta degli australiani. In parte è un tentativo di ridurre il consumo di carne da allevamento: il settore incide infatti per il 18% nelle emissioni di gas serra a livello planetario, contro il 14% del trasporto secondo un recente rapporto della Fao.

Purtroppo però uno studio di tre anni condotto dai ricercatori del Desert knowledge cooperative research centre, conclude che la crescita della popolazione quadrupede è ormai fuori controllo. Il problema non potrà essere risolto tutto nel piatto e centinaia di migliaia di capi andranno abbattuti. Con prevedibile “sdegno” di tutto il mondo mediorientale.
© Barbara Lomonaco