La scorsa settimana il governo ecuadoriano ha ritirato la personalità giuridica all’organizzazione ambientalista Acción Ecológica. La pressione dell’opinione pubblica ha imposto il dietrofront.
Dopo aver dichiarato di rinunciare alle trivelle nella regione di Yasunì e riconosciuto i diritti della natura nella costituzione, le promettenti politiche ecologiste del presidente Rafael Correa subiscono una battuta d’arresto. La scorsa settimana il governo ecuadoriano ha ritirato la personalità giuridica a Acción Ecológica, una delle più note e solide organizzazioni ambientaliste del Sudamerica. Grazie alla mobilitazione dell’opinione pubblica, il provvedimento è stato poi sospeso qualche giorno fa.

Alla radice sembra ci fosse il tentativo di neutralizzare la protesta popolare insorta contro l’entrata nel paese delle multinazionali minerarie, sostenuta proprio da Acción Ecológica. Correa invece, non in linea con le politiche fin qui adottate, esercita pressioni affinché prenda forma un vasto piano di sfruttamento delle risorse del paese: a gennaio una legge che dà il via libera all’entrata degli investitori di settore, ha ottenuto l’approvazione del congresso ma ora che la natura è stata riconosciuta come entità giuridica nella costituzione, la Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador (Conaie) la dichiara incostituzionale.

La base ideologica di Acción Ecológica è il cosiddetto “ecologismo popular”, ovvero la salvaguardia dell’ambiente attraverso la difesa della giustizia sociale, al fianco delle comunità indigene e rurali del paese. Dalla sua fondazione, l’organizzazione si è battuta contro lo sfruttamento minerario, la deforestazione e la pesca industriale. La ricchezza di risorse dell’Ecuador -rame, argento, oro, petrolio- è stata fin dagli anni Sessanta fonte di conflitto: la Amazon Defense Coalition ha intrapreso da anni un’azione legale multimiliardaria contro la Texaco -poi Petroecuador, e Chevron dal 2001- per ottenere un risarcimento a compensazione dei danni ambientali e delle malattie tra la popolazione, imputabili ai residui tossici delle attività estrattive. Il gigante petrolifero è ritenuto responsabile anche della sparizione di una intera “nazione indigena”, i Tetete.

Mentre il successo negli anni Novanta delle comunità Intag e Sarayaku contro le compagnie minerarie e petrolifere nei loro territori, offre un precedente ispiratore per gli attuali movimenti sociali, la rielezione di Correa sembra scontata. La Conaie sta tentando di costruire le necessarie alleanze per guadagnare seggi nell’assemblea nazionale. Con l’obiettivo di accrescere il proprio peso politico in seno al governo.

© Barbara Lomonaco