Che cosa hanno in comune colza, mais, panico verga, soia, canna da zucchero, palma da olio e jatropha? I biocarburanti: sono tutte piante dalle quali si producono. Tempo fa considerati panacea di “mali planetari” come la dipendenza dal petrolio e il riscaldamento climatico, oggi sono fonte di preoccupazione soprattutto tra gli ambientalisti. George Monbiot ad esempio, editorialista del Guardian e voce trainante dell’attivismo ambientale, ha spiegato che in un pianeta a risorse limitate produrre biocombustibili significa provocare disastri ambientali o sottrarre cibo ai poveri. È solo pessimismo?

Altro che neutrali
«L’opinione di Monbiot è purtroppo condivisibile se non si sviluppano nuove colture e nuove tecnologie di produzione» dichiara l’ing. Luigi Sardi, esperto di trasporti ed energie rinnovabili. Il problema in effetti è puramente tecnico: bruciando, i carburanti fossili liberano carbonio, per millenni custodito nel sottosuolo, incrementandone la quantità nell’atmosfera e contribuendo così a cuocere il pianeta. Il carbonio liberato da un biocarburante invece arriva già dall’atmosfera: le piante che in combustione lo liberano lo hanno “respirato” e trattenuto crescendo. In teoria quindi bruciando etanolo e altri carburanti di origine agricola non si aggiunge CO2. Ma nella pratica la questione si complica: «attualmente la produzione di etanolo deriva essenzialmente da mais, canna da zucchero e soia, ovvero colture utilizzate anche per l’alimentazione umana e animale – spiega Sardi –con le quali entra in competizione». Inoltre i processi produttivi sono ancora “sporchi”: il mais macinato viene riscaldato con l’aggiunta di acqua. Successivamente costosi enzimi convertono l’amido in zuccheri che con il lievito fermentano in alcol, separato poi per distillazione dall’acqua. Nel processo gli impianti bruciano gas e carbone per creare il vapore necessario alla distillazione. Anche i fertilizzanti usati nella coltivazione sono prodotti col gas naturale e macchinari alimentati a gasolio. Praticamente quindi la produzione di etanolo da mais consuma più carburante di quanto ne produca. «Per una seconda generazione di biocarburanti – continua Sardi – serve da una parte lo sviluppo di coltivazioni dedicate che richiedano minori consumi di acqua e fertilizzanti, dall’altra lo sviluppo di tecnologie che consentano, nel medio periodo, la produzione a partire dagli avanzi delle colture e dalla cellulosa, utilizzando ad esempio gli scarti del legname».

Speranze in fumo
Negli Stati Uniti, patria dell’etanolo da mais, l’Energy policy act del 2005 obbliga le aziende di combustibili a vendere 7,5 miliardi di galloni di biocombustibili entro il 2012: l’elevata richiesta del mercato ha già fatto impennare i prezzi, incoraggiando gli agricoltori a consacrare i terreni ai profitti del mais. Sostituendo altre colture. Se il trend al rialzo proseguisse anche le colture utilizzate come cibo per il bestiame ne risentirebbero. E la questione peggiora se in gioco c’è la sicurezza alimentare nei paesi in via di sviluppo: «A ottobre il governo dello Swaziland, in Africa meridionale, dove il 40% della popolazione ricorre agli aiuti alimentari per non soffrire la fame, ha annunciato che destinerà migliaia di ettari di terreni alla coltivazione della cassava per la produzione di etanolo: i biocarburanti dove c’è bisogno di cibo» -commenta Giuseppe Anzera, docente di politica internazionale alla Sapienza di Roma.

Obiettivo europeo
Alle nostre latitudini invece, dove il cibo non manca, la direttiva dell’Unione Europea del 2003 stabilisce che sarebbe un obiettivo auspicabile coprire con i biocombustibili il 20% dei carburanti destinati al trasporto. Per rendere le dimensioni del problema, George Monbiot, nel suo libro Calore!, nota che nel Regno Unito, dove la coltivazione più adatta sarebbe la colza, «per far circolare automobili, autobus e camion avremmo bisogno di 25,9 milioni di ettari di terreni agricoli», ovvero tutti quelli disponibili nel paese. Con la canna da zucchero non va molto meglio: più efficiente del mais, perché composta per il 20% del fusto da zuccheri, non richiede la trasformazione degli amidi. La produzione di etanolo dalla pianta rende quindi il doppio, per ettaro di terreno coltivato, rispetto al cereale. Ma l’espansione delle piantagioni dove l’85% delle autovetture sono alimentate a etanolo, il Brasile, nasconde pericolose insidie: la maggior parte del raccolto avviene ancora a mano. Per rendere facile il taglio spesso si bruciano i campi, liberando gas serra come metano e protossido di azoto. Senza contare che la competizione per il terreno ha già invaso l’Amazzonia e la savana brasiliana, polmoni del pianeta e tesori di biodiversità.

La palma della follia
Purtroppo continuando il giro del mondo dei biofuel si arriva al punto più dolente: l’Asia. Se è vero che il mercato risponde al profitto, la palma da olio, Elaeis guineensis, è destinata al successo agricolo: secondo l’Institute of science in society, da un solo ettaro di terreno si ricavano fino a 6.000 litri di olio grezzo l’anno contro i 446 e i 172, rispettivamente della soia e del mais. Tra l’altro la pianta non è autoctona: è una palma africana originaria dell’area che si estende tra Sierra Leone e Congo. Ma l’olio che produce può raggiungere oggi i 60 dollari al barile in Malesia e Indonesia, che da sole forniscono il 93% del prodotto al mercato mondiale. Secondo una ricerca di Friends of the earth la piantagione della palma è responsabile per l’87% della deforestazione in Malesia tra il 1985 e il 2000. Se la domanda continuasse a crescere, 6milioni di ettari in Malesia e oltre 16 in Indonesia sarebbero disboscati, con danni ecologici e sociali semplicemente incalcolabili. E il bilancio è negativo anche in termini di CO2, perché le palme da olio vengono piantate soprattutto sulle torbiere indonesiane, che dopo il taglio delle foreste si asciugano rilasciando anidride carbonica. Secondo Greenpeace, dei 22,5milioni di ettari di torbiere, in Indonesia 10 sono già bruciati. Il guadagno è di Adm-Kuok-Wilmar, il maggiore produttore mondiale di biocarburanti e Synergy Drive, società controllata dal governo malese.
Nel tentativo di arginare i danni, è nata invece la Tavola rotonda sull’olio di palma sostenibile, associazione no profit che nasce per far dialogare il settore commerciale con il mondo della conservazione, i governi e la sociètà civile (http://www.rspo.org/). Attualmente ha promulgato una serie di criteri e principi per la produzione dell’olio di palma e un codice di condotta per i membri aderenti. Nel 2006 il mondo dell’industria ha cominciato a rispondere: la Essent ad esempio, società elettrica olandese, ha sospeso l’uso dell’incriminata sostanza.

Ricerca a scoppio
«Da uno studio condotto dal dipartimento di Scienze e tecnologie agroambientali dell’Università di Bologna – riprende Luigi Sardi – risulta che le soluzioni interessanti per la produzione di bioetanolo sono il sorgo zuccherino, il miscanto e le colture ligno-cellulosiche. Tutte, nonostante le potenzialità, richiedono ancora notevoli approfondimenti su processi produttivi, metodi ed epoca di raccolta. Il biodiesel, pur puntando su colza, girasole e soia, si orienta verso il tentativo di rendere più efficiente la produzione, ad esempio eliminando le perdite di raccolta».
Nel frattempo aziende tedesche, svedesi e americane hanno sviluppato impianti pilota per la produzione di etanolo da cellulosa e programmano di essere a regime dal 2010 o 2012. «In Italia invece siamo in grave ritardo – conclude l’ing. Sardi – un’esperienza rilevante è quella condotta da Comune e Provincia della Spezia nell’ambito del progetto comunitario Best: tre autobus, 10 automobili e il primo distributore pubblico multicarburante. Ma non esiste una politica che incentivi le auto con motori flexi fuel, cioè quelli in grado di funzionare con benzina e etanolo, non esistono distributori di bioetanolo, non esiste un vero mercato per il biodiesel. Gli incentivi, attualmente, favoriscono solo le aziende petrolifere». Alcune tra queste, come l’Eni, stanno sviluppando ricerche nel settore delle alghe, in grado di generare un amido convertibile in etanolo e produrre un olio che, debitamente trasformato, potrebbe funzionare da biodiesel. E il raccolto di alghe sarebbe quotidiano: nelle condizioni adatte infatti questi vegetali acquatici possono raddoppiare di volume in poche ore. Una prospettiva interessante ma anche il simbolo di una civiltà che cerca di adattare il ritmo di crescita della natura a quello dei suoi motori.
Pubblicato su La Nuova Ecologia nell’aprile 2008
Barbara Lomonaco