L’articolo, pubblicato a ottobre 2008 su La Nuova Ecologia, recensisce il libro di George Monbiot Bring on the apocalypse, Six arguments for global justice, ora tradotto in italiano e pubblicato da Edizioni Ambiente con il titolo Apocalisse quotidiana.

Di’ alla gente qualcosa che già sa e ti ringrazierà. Dille qualcosa di nuovo e ti odierà per questo. È la frase di benvenuto del sito di George Monbiot, editorialista del Guardian e voce autorevole dell’attivismo ambientale e sociale. E non c’è dubbio che la reazione alle “novità” incise dalla sua penna possa essere rabbiosa. Nei suoi scritti infatti denuncia la corruzione, le menzogne dei governi e dei media, le profonde contraddizioni dell’epoca in cui viviamo, attraverso un dettagliato giornalismo di inchiesta che sfida le nostre certezze più care.

In Italia di Monbiot sono stati pubblicati due libri: nel 2004 L’era del consenso e, l’anno scorso, Calore!, entrambi editi da Longanesi. Accessibile per ora solo a chi legge in inglese è invece la raccolta di una cinquantina tra i suoi articoli più “infiammati” degli ultimi anni nel nuovo libro dal titolo esemplificativo: Bring on the apocalypse, Six arguments for global justice (Causa l’apocalisse, sei argomenti per la giustizia globale) edito da Guardianbooks. Negli articoli suddivisi per argomento (religione, natura, guerra, potere, denaro e cultura) Monbiot racconta che «cominciamo a comprendere le implicazioni del sistema che abbiamo creato soltanto quando si rivolta contro noi stessi». Un esempio su tutti: le autorità coloniali e la Compagnia delle Indie Orientali costrinsero gli indiani a sottomettersi a un nuovo tipo di lavoro e una nuova lingua. Il governo coloniale britannico distrusse l’industria manifatturiera indiana impedendo l’importazione del cotone, migliore di quello britannico. Ora, 300 anni più tardi, per le grandi aziende inglesi è diventato più conveniente trasferire parte dei propri servizi a Nuova Delhi o Bangalore, utilizzando milioni di lavoratori indiani, che parlano un perfetto inglese, qualificati e a basso costo. La conseguenza è che le fasce più deboli tra i lavoratori del Regno Unito sono ora più vulnerabili.

Uscendo dal proprio paese natale, Monbiot non risparmia da critiche neanche l’ambientalismo e la conservazione: la maggior parte dei conservazionisti, sostiene, sono occupati a dimostrare l’importanza della biodiversità utilizzando argomentazioni utilitaristiche: «Se le foreste pluviali saranno distrutte, potremmo non trovare mai la cura per il cancro. Se le specie selvatiche delle piante che coltiviamo si estinguessero, potremmo perdere i geni per generarne di nuove più resistenti». Eppure nessuno domanda una plausibile giustificazione per restaurare un’opera d’arte o un libro antico. Il loro valore non va dimostrato né deve essere utile. Così dovrebbe essere per la biodiversità: «Non abbiamo bisogno di far finta che la sopravvivenza di qualcuno dipenda dal Protea cynaroides, dal sifaka candido o dal rospo dorato. Per quello che ne sappiamo, il mondo sarebbe un posto più povero senza di essi». Ma che scriva di grandi questioni, rospi o cambiamenti climatici, ogni riga del lavoro di George Monbiot è percorsa dalla sua storia di attivista e dalla sua infaticabile fede nella società civile e nel suo potere. Lo dichiara lui stesso nelle ultime righe dell’introduzione: «Spero che alcuni tra gli articoli di questo libro incoraggino la gente a considerare l’alternativa».
Barbara Lomonaco