L’immagine di uno degli squali catturati

A Sharm el-Sheikh è panico per gli attacchi degli animali ai bagnanti. Ma eliminare i singoli esemplari non risolve il problema. Anche perché ad attirarli spesso è la pesca illegale

Per la seconda volta in 5 giorni, la Chamber of diving & Watersport, organo che si occupa in seno alla Egyptian Tourist Federation degli sport acquatici in Egitto, ha disposto la chiusura di tutte le spiagge nell’area di Sharm el-Sheikh, la più nota località turistica del Paese che negli ultimi giorni si è guadagnata il soprannome di Shark el-Sheikh: il 30 novembre due bagnanti sono stati attaccati da uno squalo in acque poco profonde a Naama bay, l’area dei resort di Sharm, riportando gravi ferite. Il primo dicembre un altro nuotatore è stato vittima di un ulteriore attacco.

Nel frattempo la notizia è rimbalzata sui media con toni che hanno contribuito a seminare il panico tra i turisti e gli operatori del settore. Dopo la sospensione delle attività balneari ad eccezione dell’area di Ras Mohamed, le autorità del parco omonimo hanno iniziato una discutibile caccia che ha portato alla cattura di due esemplari il 3 dicembre, un mako (Isurus oxyrinchus) e un longimanus (Carcharhinus longimanus), considerati, in base ad indizi impossibili da reperire, i responsabili dell’accaduto. «La caccia e l’uccisione casuale degli squali nell’area non risolve il problema e diffonde l’errata convinzione che le persone siano in pericolo entrando in acqua», ha dichiarato Elke Bojanowski, biologa marina che conduce un progetto di ricerca sul longimanus in Egitto (http://www.longimanus.info). «Questi incidenti sono estremamente rari e quasi sempre riconducibili ad attività di pesca illegale e shark feeding -alimentare gli animali allo scopo di attirarli, ndr. Esaminando i dati raccolti dal progetto longimanus -continua Bojanowski- soltanto 11 individui con caratteristiche simili a quelle dell’esemplare in questione sono stati documentati negli ultimi 6 anni, nessuno dei quali nell’area di Sharm el-Sheikh. E non è mai stato attestato un comportamento assimilabile a quello dei recenti incidenti».

Ciononostante un servizio televisivo che mostra gli animali “giustiziati” è andato in onda l’altro ieri sera in Egitto, accompagnato dalla colonna sonora di Jaws, il celebre film di Steven Spielberg. Nel servizio viene candidamente ammesso, e mostrato, l’uso di esche allo scopo di catturarli. Le immagini vengono commentate da Hesham Gabr, a capo del Chamber of diving & Watersport, e Mohamed Salem, direttore del parco di Ras Mohamed, che rassicurano i telespettatori sul buon esito degli interventi. Poco sorprendentemente, un quarto attacco, questa volta mortale, avviene ieri mattina ai danni di una turista tedesca. Piuttosto che riaprire la caccia, questa volta il CDWS ha finalmente reagito annunciando la convocazione sul posto di un pool di esperti per fare luce sull’accaduto. Tra questi c’è anche George H. Burgess, curatore dell’International Shark Attack File, il database che registra gli attacchi degli animali all’uomo dal 1845. Con l’obiettivo di ridurre i rischi e consentire la conservazione di questo splendido animale nel suo ambiente naturale.

© Barbara Lomonaco