Nelle acque di Tubbataha

Il tempo “vola” verso la notte orientale. Sull’aereo della Royal Dutch Airlines la voce di un invisibile comandante annuncia che 9845km separano Amsterdam da Manila, la seconda tappa del lungo viaggio verso Tubbataha reef. Il nome deriva dall’unione di due parole Samal, una lingua e un’isola a nord est dell’enorme arcipelago filippino. Significano “lunga scogliera esposta alla bassa marea”. Ma la descrizione non rende merito allo splendore.

Si tratta di un parco marino di 33mila ettari, cuore vitale nel mondo sommerso del cosiddetto “triangolo dei coralli”. Compreso tra i mari di Sulu e Sulawesi, nelle acque che appartengono a Malesia, Filippine e Indonesia, il triangolo cela un tesoro di biodiversità grazie a condizioni ideali per lo sviluppo del corallo. Tubbataha ne è un “inquilino” eccellente: nei suoi 10mila ettari di reef vivono 369 specie di coralli (in tutti i Caraibi se ne trovano solo 60) 483 specie di pesci, 11 specie di squali e altrettante di delfini e balene. Viene considerato l’unico parco marino integro di tutto il Sudest asiatico. E’ al centro di un sistema di correnti che alimenta la vita marina trasportando larve di pesci e coralli in tutta l’area. La gran parte del merito va attribuito all’isolamento di cui gode: da luglio a gennaio il reef è esposto sia ai monsoni di nordest che a quelli di sudovest che rendono la navigazione delle 90 miglia necessarie a raggiungerlo dalle Filippine, impossibile. Fino alla fine degli anni Settanta, i pescatori dell’isola di Palawan erano gli unici a sfruttarne le risorse ittiche, per soli tre mesi all’anno, utilizzando piccole imbarcazioni, bancas.

Visitarlo significa salpare su una delle poche imbarcazioni locali che raggiungono l’area dalla costa. Per i subacquei il prezioso privilegio di immergersi in un luogo remoto, ancora intatto.

© Barbara Lomonaco

Pubblicato su La Nuova Ecologia a febbraio 2009. Info: www.moonshadow.ch