Squali da macello

Una brutta notizia per l’ambiente da dove di solito non ne arrivano di migliori. A pochi chilometri dalla città di Wenzhou, a PuQi nella regione sudorientale della Cina, è stato scoperto il più grande impianto di “lavorazione” della carne di squalo mai scoperto.

Definito “slaughtering facility”, impianto di macellazione, il centro tratta annualmente esemplari di squalo bianco (Carcharodon carcharias), squalo elefante (Cetorhinus maximus) e più di 600 esemplari di squalo balena (Rhincodon typus), tutte specie classificate vulnerabili dall’Unione Internazionale per la conservazione della natura (IUCN). Nel rapporto pubblicato dalla WildLifeRisk, l’Ong dalla quale arriva la notizia dopo un lavoro investigativo durato quattro anni, si legge che le pinne essiccate sono vendute ai ristoranti in Cina che le espongono come ornamento per attirare la clientela e pubblicizzare la tristemente nota zuppa di pinne di pescecane. La pelle è venduta per farne borse, cinte e accessori, e altre parti dell’animale entrano nella filiera del commercio alimentare.

Ma è l’olio di fegato il prodotto più redditizio. Estratto dal fegato del pesce, viene utilizzato per produrre cosmetici e integratori alimentari a base di Omega-3 destinati al mercato internazionale in palese contravvenzione alla Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione (CITES). In un video pubblicato dalla WildLifeRisk su Vimeo, il proprietario dell’impianto, Li Guang, dichiara di contraffare le etichette dei prodotti per aggirare i controlli, ammette di esportare in Francia e in Italia, e di importare squali balena da Taiwan. Gli esemplari vengono catturati nelle acque del Mar Cinese Meridionale, a largo delle coste delle Filippine, dell’Indonesia e fino in Messico. Un animale intero, venduto in Cina, può valere fino a 31mila dollari statunitensi.

Alex Hofford e Paul Hilton della WildLifeRisk affermano in una dichiarazione congiunta: «Siamo stati a PuQi tre volte negli ultimi tre anni e in ogni occasione la dimensione del massacro ci è sembrata sconcertante. Com’è possibile che questi giganti gentili del mare, siano massacrati in questo modo solo per soddisfare la vanità umana? Questo commercio deve finire, e subito, altrimenti questa specie rischia l’estinzione». L’Ong ha dichiarato di fare pressione sulle autorità cinesi e di averle richiamate al rispetto della Convenzione (CITES).

Povero Pianeta
Lo squalo balena è il pesce più grande del mondo. Può arrivare a raggiungere le 30 tonnellate di peso. Abita le acque temperate calde e tropicali di tutti i mari tranne il Mediterraneo. Può nuotare fino a una profondità di 1000m sopportando una variazione di temperatura superiore ai 20°C. Ed è un abile nuotatore che usa tutto il corpo per muoversi elegantemente nell’acqua. Il Pew Environment Group ha stimato che il turismo, prevalentemente subacqueo, legato alle temporanee aggregazioni di questa specie generi profitti di gran lunga superiori alla pesca. Ma l’Unione per la Conservazione della Natura ci fa sapere che oltre un quarto delle specie di squalo del pianeta sono a rischio. Le ragioni economiche per salvarle non mancano. Ma George Monbiot, editorialista del Guardian e noto attivista ambientale, ne trova di più convincenti parlando di biodiversità nel suo libro “Apocalisse quotidiana, sei argomenti per una giustizia globale”: la maggior parte degli ambientalisti, sostiene, sono occupati a dimostrare l’importanza della biodiversità utilizzando argomentazioni utilitaristiche. «Se le foreste pluviali saranno distrutte, potremmo non trovare mai la cura per il cancro. Se le specie selvatiche delle piante che coltiviamo si estinguessero, potremmo perdere i geni per generarne di nuove più resistenti». Eppure nessuno domanda una giustificazione plausibile per restaurare un’opera d’arte o un libro antico. Il loro valore non ha bisogno di essere dimostrato. Dovrebbe essere così anche per le specie che condividono con noi il nostro pianeta. «Non abbiamo bisogno di far finta che la sopravvivenza di qualcuno dipenda dal Protea cynaroides, dal sifaka candido o dal rospo dorato. Per quello che ne sappiamo, il mondo sarebbe un posto più povero senza di essi». E senza squali.

© Barbara Lomonaco, pubblicato su La Nuova Ecologia