Jamais Kolonga

«Digitate “Jamais Kolonga” su YouTube e dopo pochi secondi potrete sentire uno dei grandi classici della rumba congolese. Il pezzo sembra uscito dal repertorio del Buena Vista Social Club, ma era una composizione di African Jazz, il gruppo più popolare degli anni cinquanta in Congo. La leggendaria orchestra era guidata da Joseph Kabasele, soprannominato le Grand Kalle. La canzone fu scritta dal suo talentuoso chitarrista Tino Baroza e divenne uno dei più grandi successi dell’African Jazz.
Oyé, oyé, oyé, faceva il ritornello, “stringimi forte, Jamais Kolonga, stringimi forte, se mi lasci cadrò.” Quello “stringimi forte” lasciava aleggiare una certa ambiguità.

Scendo dall’automobile in un vicolo stretto e polveroso di Lingwala. Sarà qui? Lingwala, all’epoca coloniale, era il quartiere degli évolué. Tutte le persone di una certa età con cui ho parlato conoscevano Jamais Kolonga. Naturalmente! Ma non era morto? La stampa locale non aveva forse pubblicato una notizia allarmante? “Il vecchio Jamais Kolonga annientato dalla malattia!” c’era scritto. Avevano letto che l’uomo “che aveva saputo incarnare la vitalità della Kinshasa degli anni sessanta attraverso i suoi scherzi e il suo estro da bon vivant al momento era gravemente malato. Ma dopo innumerevoli giri e una fortuna in chiamate telefoniche sono riuscito comunque a procurarmi un indirizzo e un numero. Sono entrato in un lotto con il muro sgretolato. Vi cresceva un po’ di mais, ingiallito e secco. Da una casa in pietra è uscito un vecchio in pantaloncini con le stampelle.
“E’ lei Jamais Kolonga?” “Il solo e unico!”

Ci sono delle fonti che pur con una vita molto intensa alle spalle hanno poco da raccontare, e altre che pur avendo poco da raccontare parlano tanto. Jamais Kolonga non apparteneva a nessuna di queste due categorie. Ne aveva viste di tutti i colori ed era un vero piacere starlo a sentire. Lui non era di quest’avviso: “Mi hanno operato da poco all’anca. Non va bene. Mi fa molto male, malgrado tutte le medicine che devo ingoiare”. Si è scostato i pantaloncini per farmi vedere un’impressionante cicatrice all’inguine.
“Posso fare qualcosa per lei? Ha bisogno di qualcosa?”
“Vino! Se lei ha un po’ di soldi, posso mandare uno dei miei nipoti a prendere del vino.”
“Vino? Nel suo stato? Ne è sicuro?”

Ho passato tre pomeriggi interi a parlare con quest’ometto vivace, ora nel suo soggiorno ora allo ombra della sua casa. Era un’ottima compagnia, con un grande senso dell’umorismo, un’indistruttibile joie de vivre e una memoria eccezionale. Una sola volta gli ho fatto visita in un poccolo ospedale dove stava seguendo per alcuni giorni una terapia di riabilitazione e dove non faceva che flirtare con le infermiere. La sua anca faceva progressi a vista d’occhio.

Ma com’era quella storia della donna bianca?
“Era nel 1954. Allora avevo diciotto anni ed ero appena stato assunto all’Otraco.”
“L’office du Transport au Congo?”
“Esattamente. Anche mio padre lavorava lì. Prima stavo ai cantieri navali qui a Kinshasa, ma fino a quando non compivo ventuno anni il mio stipendio veniva versato sul conto di mio padre. Non era proprio l’ideale. Così non mi potevo comprare nemmeno da bere. Per questo chiesi il trasferimento nell’entroterra.” Mentre tutti partivano per la città, lui la lasciava.
“Dovetti andare a Port Francqui, l’attuale Ilevo. Si trova vicino al Kasai. Se viaggi da Kinshasa a Lubumbashi devi scendere lì dal treno per prendere la barca. A quei tempi ospitai persino i figli di Simon Kimbangu, che erano in viaggio per andare a trovare il padre in prigione! Bon, ero quindi impiegato in ufficio. E grazie a mio padre ero il solo nero a essere autorizzato a entrare nei negozi dei bianchi. Compravo vino portoghese e whisky. Sì, già allora.”
Nel frattempo una nipote, che era andata fino al negozio di quartiere, ci aveva messo davanti un cartone di vino a buon mercato. Son Pedro. Io ho preferito continuare con la Cola.

“Un giorno Kabasele era di passaggio con la sua orchestra. Ma il deragliamento del suo treno gli aveva fatto perdere il battello. Rimasero bloccati per quindici giorni a Port Francqui! Sapevo che la figlia del mio capo fiammingo si sarebbe sposata di lì a poco e feci in modo che Kabasele potesse suonare a quel matrimonio. Detto fatto. Arrivò il giorno della festa. Quella sera indossavo abito blu marina e una cravatta rossa. C’erano soltanto tre évolué. Per i musicisti avevo dovuto procurarmi dei permessi speciali, altrimenti la sera non sarebbero potuti entrare nel quartiere bianco. Io ero in piedi al bar e guardavo una signora portoghese. Ballava bene. Deve rendersi conto che nel 1954 a un nero non era permesso toccare una bianca. Non potevamo nemmeno parlare con lei! Le uniche donne bianche che vedevamo erano le suore cattoliche. Soltanto i boy entravano in contatto con donne europee sposate. Ma bon, l’avevo vista ballare bene e chiesi a suo marito se mi accordava il permesso per un ballo. Così su due piedi! Fu un colpo di testa da parte mia, un accesso di follia. Ma il marito annuì. Quindi mi avvicinai a lei e la invitai a ballare . Poi ballai con lei per tutto un pezzo. Alla fine i bianchi applaudirono, persino il governatore della provincia! Kabasele più tardi ci scrisse sopra una canzone: Jamais Kolonga.”»

Tratto da “Congo” di David Van Reybrouck. 2014, Feltrinelli.

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