Ondeggiando sulle note di Fairuz

Dalieh, Beirut

“Un saluto dal mio cuore a Beirut. Baci al mare, alle case e alla roccia che sembra il viso di un vecchio pescatore”. Così cantava Fairouz, interprete leggendaria nel mondo della musica mediorientale, in una delle sue canzoni più celebri dedicata alla città dove era nata.

Ancora oggi, percorrendo i 5 chilometri della Corniche, il lungomare punteggiato di palme che circonda il promontorio dove Beirut sorge, si arriva a Raouché, lì dove il viso vero di quel pescatore brucia ancora sotto il sole mediterraneo delle calde giornate di lavoro in mare. Dall’alto, la vista scivola verso l’acqua fino al sentiero che conduce a Dalieh, unica area pubblica rimasta su un tratto di costa altrimenti dominato da circoli, caffè e stabilimenti privati.

Si tratta di una piccola penisola meta di picnic fine settimanali affacciata su Pigeons’ Rock, gli splendidi faraglioni immagine iconica della capitale libanese. A Dalieh vive la comunità di pescatori di Raouché da generazioni al lavoro dove la giornata inizia di notte e termina di giorno attorno al piccolo caffè del porto, popolato di reti e gozzi colorati scrostati dalla salsedine.

Ma anche quest’ultimo lembo è stato venduto e rischia, come l’area circostante, di scomparire sotto il peso del cemento insieme a una parte dell’identità della città. Una campagna “The last that remains” (ciò che resta) è stata lanciata nel 2014 contro la privatizzazione a beneficio di tutti gli abitanti.

Per il momento il lavoro dei pescatori prosegue. Il pesce viene venduto nei mercati e nei ristoranti delle vicinanze e, quando la pesca è avara, i marinai di Dalieh arrotondano accompagnando in barca i turisti alla scoperta del mare che amano e temono da sempre. Ondeggiando sulle onde lungo le note di Fairouz.

© Barbara Lomonaco, pubblicato su La Nuova Ecologia. Ottobre 2015