Alberi infiniti

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By Arshiya Urveeja Bose – Flickr, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=17238490

Un luogo dove l’organizzazione matriarcale concede alle donne la proprietà, la terra e il cognome dei figli. Si tratta di Meghalaya, all’estremo nordest dell’India tra le “Sette Sorelle”: gli stati del paese incastonati tra Burma, Buthan e Bangladesh, collegati al territorio indiano solo da uno stretto lembo di terra.

Regione molto piovosa, con 12 metri di pioggia all’anno supera Londra di venti volte, il suo  nome significa “dimora delle nuvole” ed è attraversata da placidi ruscelli, fiumi durante il monsone che, nel giro di poche ore, trasforma la terra in un’impenetrabile foresta di vie d’acqua impetuose.

Ma il popolo Khasi dagli occhi a mandorla e la pelle chiara, che ci vive da millenni, ha escogitato un sistema straordinario per ovviare al problema della viabilità: i ponti viventi. Le radici degli alberi della gomma (Ficus Elastica) sono lavorate pazientemente fino a deviarne la crescita naturale da una sponda all’altra dei corsi d’acqua in una delle più riuscite forme di collaborazione tra uomo e natura. I pazienti “ingegneri khasi” intrecciano e tessono trame sospese per tempi lunghissimi che superano i quindici anni, tramandandosi i segreti del mestiere di padre in figlio per il tempo necessario a rendere i ponti sufficientemente solidi da sostenere uomini e merci.

Alcuni alberi si concedono al transito da secoli: il più famoso, Umshiang Double Decker “sorveglia” le laboriose attività dei suoi ospiti da 200 anni. Per attraversarlo bisogna volare fino a Calcutta da dove un treno notturno giunge in 18 ore a Guwahati, la capitale dell’Assam. Meghalaya e le sue colline sono visibili più a sud punteggiate da chiese cristiane e presbiteriane, retaggio del proselitismo missionario del diciannovesimo secolo.
© Barbara Lomonaco, pubblicato su La Nuova Ecologia. Marzo 2016

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