Lo sposo africano

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“Frequentare Yakhouba aveva aumentato la distanza tra me e i pregiudizi. C’era in lui una sorta di ingenuità, un’assoluta mancanza di diffidenza nei confronti degli altri, che non solo mi aveva incantato ma anche convinto: avere fiducia non ti evita delusioni, ma di certo ti alleggerisce dallo stress e dalla tensione causata dall’essere sospettosi e cinici”. Eppure di ragioni per essere diffidente Yakhouba ne ha più di qualcuna: è un uomo senegalese che vive in Italia con le difficoltà di molti, è arrivato prendendo un visto turistico per la Francia in Costa d’Avorio e da lì è sgattaiolato illegalmente fino a Ventimiglia e poi a Milano, con in tasca l’indirizzo di un cugino. Protagonista del libro Lo sposo africano di Elisabetta Jankovic, uscito a febbraio per Cairo editore, Yakhouba, che nella vita reale ha un altro nome, è il marito della scrittrice e la storia che scorre veloce tra le righe è quella, vera, della loro vita insieme.

“Una delle cose che mi ha affascinato subito è il suo modo leggero di stare al mondo”, mi racconta Jankovic del compagno. “Anche di fronte alle delusioni ha questa capacità naturale di confinarle al momento in cui accadono, neutralizzandole. Fin dall’inizio ho incontrato più sospetto e pregiudizio tra le persone intorno a me che tra quelle vicine a lui”. Quando si conoscono, quasi vent’anni fa, Yakhouba consegna i giornali con un furgone e Jankovic lo accompagna tutte le notti tra caselli nebbiosi e autogrill deserti, fino all’alba. Dopo qualche ora di sonno disturbato, entra in classe già sfinita con il registro in mano: insegna storia dell’arte dopo la laurea in architettura. È cresciuta in una famiglia numerosa, l’autrice, figlia di padre serbo e madre italiana, la diversità ce l’ha nel sangue ma lei è “Milano, il freddo, Vinicio Capossela, le lasagne, la neve, le serate a teatro”, si legge nel libro, mentre lui è “Dakar, il caldo, il riso col pesce, la sabbia, il Ramadan” e il pallino per il commercio.

Jankovic lo scopre presto: “Pensare che al mercato di Dakar ci potesse essere della merce avvolta in una pagina dal titolo ‘Tutti gli immigrati fuori dai coglioni, l’ha detto il Senatur…’ mi faceva sorridere”, commenta mentre lui, all’alba di un giorno grigio, le riempie la cantina con quaranta tonnellate di Padania e Libero invenduti, da spedire in Senegal. Quando a casa sua si sistemano in cinque, tra parenti e amici del marito, lei improvvisa lezioni di italiano e ogni tanto non resiste alla tentazione di lanciarsi sullo stereo imponendo un po’ di musica autoctona. L’alternativa è nella migliore delle ipotesi Youssou N’Dour ma nella peggiore la monotonia enigmatica delle litanie coraniche. “Mi ero riascoltata tutti i cantautori: Battisti, Paolo Conte, De André. Avevo riesumato persino Gaber. Come se l’emigrata fossi io e sentissi nostalgia delle mie radici”. Che gradualmente soccombono “pallide” al tentativo perseverato con ironia di conciliare le differenze smussandone gli angoli acuti, giorno per giorno.

Perché Jankovic non è una donna che si perde d’animo, e non lo fa nemmeno quando il marito si sposa: sì, perché oltre a lei Yakhouba sposa un’altra donna in Senegal, una cugina giovane e timida impostagli dalla famiglia che gli dà una figlia. L’autrice si dispera, piange, sola e triste nella sua casa di Milano. Poi, durante uno dei viaggi nel paese del marito, questa figlia la conosce: “Allungava le braccia perché la prendessi tra le mie, appoggiava la sua testa nell’incavo tra il mio collo e la spalla e il dolore provato alla sua nascita mi appariva folle, ingiusto e lontanissimo. L’amavo. Senza motivo. Era un sentimento prepotente a cui non riuscivo a sottrarmi”. E lo farà ancora perché i figli di Yakhouba nel frattempo sono diventati sei. Una delle bambine si chiama Janko, come il suo soprannome.

Mettere e mettersi in discussione per sperimentare nuovi modi di stare insieme comporta coraggio e sofferenza. Questo libro, scritto in modo semplice quasi fosse un diario, è il racconto di un tentativo di integrazione tenace, a volte estenuante, perseguito con e per amore. In un mondo di patriottismi obsoleti, muri ideologici oltre che fisici, e rifiuto della diversità, una storia rincuorante riassunta in una scena intima di vita matrimoniale: “Lo raggiunsi in bagno mentre si lavava i denti. Mi misi al suo fianco e mi guardai riflessa nello specchio. Ero più bella vicino a lui, come se il contrasto valorizzasse entrambi”.

© Barbara Lomonaco

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