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E’ il 4 agosto del 1964, è notte, non c’è luna. Il capitano John J. Herrick è a capo di due cacciatorpedinieri di stanza nel golfo del Tonchino nel Mar cinese meridionale, a sessanta miglia delle coste del Vietnam del nord. Dall’altra parte dell’oceano, Daniel Ellsberg è a Washington al suo primo giorno di lavoro al Pentagono come assistente del Segretario della difesa, Robert McNamara. Un corriere entra trafelato nella stanza e gli consegna un messaggio di Herrick: “Sono sotto attacco continuo”, dice. Questo è il secondo episodio in tre giorni. Non succede dalla fine della Seconda guerra mondiale che una nave americana sia attaccata deliberatamente. I messaggi di Herrick si rincorrono per i 40 minuti successivi, il capitano li detta per Washington dal ponte della nave mentre dà ordini ai suoi uomini che rispondono dall’aria e dall’acqua contro le navi nordvietnamite, affondandone una. Poi, dopo due ore le comunicazioni si interrompono e la pausa precede l’ultimo messaggio. “Suggerisco una completa valutazione prima di ogni ulteriore azione”, conclude Herrick: a causa degli effetti climatici sul radar, i militari rispondono al fuoco fidandosi delle immagini incongrue inviate dallo strumento. Per gli americani non ci sono danni, né umani né materiali, ma questo non impedisce al presidente, allora Lyndon B. Johnson, di arrivare pochi giorni dopo alla Risoluzione del golfo del Tonchino che autorizza gli Stati Uniti ad attaccare il Vietnam del Nord senza una formale dichiarazione di guerra.

In questi giorni è nelle sale cinematografiche italiane il film di cui questo episodio potrebbe essere il prologo, “The post” di Steven Spielberg. Il soggetto si concentra sul ruolo svolto dal Washington Post e dall’editore Ben Bradlee nella pubblicazione dei Pentagon Papers, 7mila pagine di analisi segretate dedicate al Vietnam e alla strategia militare americana. Daniel Ellsberg compare nella prima sequenza e come “fonte” dei documenti. Uscendo dalla sala si ha l’impressione che il giornalismo abbia vinto e la giustizia abbia trionfato ma nel suo libro “Secrets: a memoir of Vietnam and the Pentagon Papers” (segreti: memorie del Vietnam e dei Pentagon Papers) mai uscito in Italia, Ellsberg racconta una storia molto diversa attraverso il suo ruolo e i dettagli di questa fase complessa della storia americana, perché il 4 agosto del 1964, per lui primo giorno di servizio al Pentagono, lo immerge da subito nel torbido della strategia militare americana. Quello che passò alla memoria come l’incidente del Tonchino venne a galla nei dettagli solo nel 1980 attraverso la cattura di alcuni ufficiali nordvietnamiti, avvenuta nel ’66, e le inchieste successive di due giornalisti americani.

Dopo due anni in Vietnam, nel ’69 Ellsberg lavora alla Rand Corporation, un istituto di ricerca nato per indagare gli aspetti militari della guerra fredda. Nell’ottobre di quell’anno, a suo rischio personale, esce dall’ufficio eludendo la sorveglianza e trasportando i documenti che intende copiare e rendere pubblici. L’impegno è complesso, dura mesi e coinvolge altri attivisti del movimento pacifista statunitense. Negli anni sessanta le fotocopiatrici non sono le macchine sofisticate che conosciamo oggi. Ellsberg impiega intere giornate, molte nottate e l’ufficio dell’amica Lynda dove porta anche suo figlio Robert nel tentativo di spiegargli le ragioni del suo gesto. Ha intenzione di consegnare i Pentagon Papers ai senatori al governo e alla stampa per fermare la guerra che considera un crimine. Tenterà di farlo inutilmente attraverso William Fullbright e nel 1971 li affiderà al New York Times e al Washington Post, la parte della storia soggetto del film di Spielberg.

Mentre le notizie sui Pentagon Papers riempiono i quotidiani e i notiziari televisivi, Ellsberg ricorda la frase preferita di suo padre: “la verità vi renderà liberi. Io spero”, dichiara in un’intervista, “che questa verità venuta fuori ora -fuori sulla stampa, fuori nelle case dove dovrebbe essere, e fuori dove gli elettori possano discuterne- ci libererà da questa guerra. Spero che la lasceremo alle spalle… in modo che la storia dei prossimi vent’anni non assomigli in alcun modo a quella dei vent’anni trascorsi”. Ma le cose vanno diversamente. Il 25 aprile del 1972 ha luogo un colloquio di cui Ellsberg è a conoscenza attraverso le registrazioni audio note solo dal 2002. Nell’Ufficio ovale della Casa Bianca sono presenti Nixon, Kissinger, Ron Ziegler e H. R. Haldeman, questi ultimi membri del suo staff. Durante lo scambio il presidente dichiara l’intenzione di bombardare il Vietnam del nord a tempo indeterminato, distruggendo quello che resta del paese, ponti, approdi, dighe. Arriva a minacciare anche il ricorso alla bomba atomica: “Ce l’hai Henry?”, Henry, Kissinger allora Consigliere per la sicurezza nazionale, gli risponde che no, forse questo è troppo, quindi Nixon lo esorta: “La bomba atomica, ti infastidisce? …voglio che tu pensi in grande, Henry, per amor di Dio.” ll 4 maggio successivo nello stesso luogo, di fronte ad altri senatori, Nixon chiarisce meglio la sua posizione definendo, tra gli altri, “stupidi” gli africani , “stupidi ma meno degli africani” i sudamericani e “succhiauccelli” i vietnamiti. “Per una volta”, dice, “dobbiamo usare la massima potenza di questa nazione… per vincere la guerra contro questa merda di piccolo paese.” I modi del linguaggio ci riportano bruscamente all’attualità ma nelle incisioni di allora Nixon li usa per rappresentare il quadro geopolitico battendo rumorosamente sul tavolo, su una cartina probabilmente immaginaria. In uno scambio successivo accusa Kissinger di essere “dannatamente preoccupato dei civili, non me ne frega niente, non mi importa”, aggiunge. E Kissinger precisa: “Sono preoccupato dei civili perché non voglio che il mondo si mobiliti contro di te come macellaio…” Poco sorprendentemente, in quello che Ellsberg definisce il giorno peggiore della sua vita, i bombardamenti pianificati per mesi cominciano, è l’otto maggio. Una settimana prima di Natale raggiungono Hanoi, non era mai successo prima. Nel frattempo il presidente viene rieletto tra le rassicurazioni generali che “la pace è a portata di mano”. In altri termini: un anno e mezzo dopo la pubblicazione dei Pentagon Papers e l’apparente trionfo della giustizia, Nixon continua a ingannare l’opinione pubblica e gran parte del suo stesso governo con metodi orwelliani, proseguendo la guerra e lanciando un milione e mezzo di tonnellate di bombe sull’Indocina, ovvero più di quante gli Stati Uniti ne abbiano esplose sull’Europa nella Seconda Guerra Mondiale. Durante quel periodo, Ellsberg dichiara più volte nel disinteresse generale, alla stampa e altrove, che la pubblicazione non ha avuto “Nessuno, nessun effetto.” La fine della guerra, quello per cui si è battuto, per cui ha messo a rischio la propria sicurezza, quella dei suoi figli, di sua moglie Patricia Marx, dei suoi colleghi, e di tutti gli attivisti che hanno avuto un ruolo in questa impresa, non è servito a niente. Perché per lasciare il Vietnam alle spalle bisognerà attendere lo scandalo Watergate, come il film di Spielberg lascia intendere nell’ultima sequenza, ma soprattutto altri due anni, il 1975, le dimissioni di Richard Nixon e la presidenza di Gerald Ford. “Un governo popolare senza informazione popolare, o i mezzi per acquisirla, è il prologo di una farsa o una tragedia, o forse entrambe. La conoscenza governerà sempre l’ignoranza: e un popolo che intenda autogovernarsi si deve armare del potere della conoscenza.” Il testo è di James Madison e riguarda il primo emendamento della costituzione americana. Ellsberg lo cita alla fine del libro, una lezione valida ora come allora.
© Barbara Lomonaco